In Umbria si risparmia meno che altrove. È la regione con la più bassa propensione al risparmio del Centro-Nord: appena il 6,4% del reddito familiare viene accantonato, contro una media nazionale dell’8,3%. Lo rivela uno studio del Centro Studi delle Camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne”, in collaborazione con Unioncamere e la Camera di Commercio dell’Umbria.
Le famiglie umbre stringono la cinghia, ma riescono a mettere da parte meno di quanto farebbero altrove. Terni fa leggermente meglio di Perugia – 6,9% contro 6,5% – ma entrambe restano nella metà bassa della classifica nazionale. Solo le regioni del Sud mostrano dati inferiori.
Tra le cause principali c’è il reddito. In Umbria è dell’11,8% più basso rispetto alla media italiana: se il valore nazionale è 100, quello umbro è 88,2. Ma non è solo una questione di stipendi. Pesano anche l’incertezza sul futuro, la fragilità del welfare e l’inflazione che ha eroso il risparmio accumulato.
Le famiglie risparmiano, ma per difendersi. È un risparmio precauzionale, più che un investimento: serve a fronteggiare imprevisti, spese sanitarie, universitarie, assistenza agli anziani. E lo fanno tagliando consumi, spesso a scapito del benessere quotidiano.
Il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, parla di un nodo strutturale: «Il basso livello dei redditi in Umbria, specchio di un lavoro spesso povero e di profitti aziendali inferiori alla media nazionale, non aiuta certo la propensione al risparmio» – ha detto –. «Il vero nodo strutturale è la scarsa produttività: è su questo che dobbiamo agire».
«Serve un “New Deal” umbro – ha detto Mencaroni -che coinvolga istituzioni, forze economiche, sociali e governo centrale. Solo così il nostro sistema economico e sociale potrà davvero cambiare passo».



