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mercoledì 21 Febbraio 2024
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“Il voto delle donne”, il commento della senatrice Ginetti alla vigilia del Premio Riccardo Romani per la Storia

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nadia ginettiAbbiamo già parlato del terzo “Premio Riccardo Romani per la Storia” che si terrà sabato a Corciano sul filo conduttore del Referendum del 2 giugno 1946 e i 70 anni di diritto di voto.
Oggi la redazione di Corcianonline.it vi propone il commento della senatrice Nadia Ginetti – già sindaco di Corciano – sul difficile percorso verso il suffragio femminile in Italia e su quanto c’è ancora da fare nel cammino verso una completa parità di genere.

“La recente e tardiva ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza alle donne, nonché l’approvazione della Legge Maturani che ha sancito l’obbligo dell’equilibrio della rappresentanza maschile e femminile nei consigli regionali, ci ricordano quanto ancora restava e resta da fare in materia di divieto di discriminazione di genere e parità tra uomo e donna, nel campo economico a partire dalla parità salariale, sociale con la conciliazione della vita familiare agli impegni professionali, nonché parità politica rispetto all’accesso alle cariche elettive.

Celebriamo con questa consapevolezza, i settant’anni dal diritto di voto e ad essere votate delle donne in Italia, di quel del 2 giugno 1946 spartiacque storico dove peraltro il voto delle donne fu determinante per la vittoria della Repubblica sulla Monarchia. Donne anche partigiane che diedero un importante contributo nella guerra per la libertà e la democrazia, oltre 35.000, a cui venne “concesso” il diritto di voto.
In Assemblea costituente solo 21 donne ma che diedero un contributo significativo per l’approvazione di alcuni articoli fondamentali della nostra Carta costituzionale, quali l’art. 3 con il divieto di ogni discriminazione compresa quella basata sul sesso, con il principio di uguaglianza sostanziale per la rimozione degli ostacoli che di fatto impediscono la parità, così come l’art. 29 che sanciva la uguaglianza morale e giuridica tra coniugi nonché l’art. 51 in materia di accesso alle cariche elettive.
Un percorso difficile di riconoscimento che ha accompagnato i movimenti femministi degli anni settanta, dall’emancipazione alle pari opportunità , come obbligo europeo, oggi principio giuridico vincolante e trasversale a tutela di valori sociali e civili, di coesione, inteso come assenza di ostacoli alla partecipazione economica, sociale e politica.

In Italia come noto, lo sviluppo di tali politiche è stato ritardato per ragioni storiche e culturali rispetto ad altri paesi, per quell’impronta nettamente conservatrice in termini etici e giuridici che ha accompagnato l’unità d’Italia sino ai primi venti anni di Repubblica, quando lo status della donna risultava subordinato, relegato alla vita familiare e alla funzione di madre e moglie con l’esclusione di fatto della donna dalla vita pubblica. Le battaglie per il diritto di voto, l’accesso all’istruzione e ai pubblici uffici, l’accesso a professioni e categorie come la magistratura e le forze di polizia, la parità salariale impose l’emancipazione dai ruoli tradizionali trasformano le donne in soggetti attivi della vita civile e politica nazionale.
Solo con gli anni novanta, dopo l’abrogazione del delitto d onore, l’inquadramento del reato di violenza sessuale come reato contro la persona, al reato di stalking e di femminicidio. Sino al divieto delle odiose e discriminatorie dimissioni in bianco, contenuto nel decreto attuativo del Jobs Act, possiamo affermare che il quadro di tutele della condizione delle donne ha raggiunto un livello adeguato ma non ancora completo.
Strada resta da fare ancora per superare stereotipi culturali che costituiscono un vero freno di crescita sociale ma anche di opportunità di crescita occupazionale ed economica, freno di competitività e sviluppo civico.

Io fui eletta nel 2004 come primo sindaco donna del comune di Corciano mentre la prima donna ad entrare in consiglio comunale risale al 1981 e fu la direttrice didattica Croci. Ricordo con piacere quando durante il mio mandato nel 2011 in occasione dei 150 anni dall’unità d’Italia, per la festa del 2 giugno consegnammo attestati di riconoscimento alle donne che a Corciano votarono quel 2 giugno 1946. Con quale orgoglio e dignità oltre 20 donne si presentarono nella sala consiliare vestite a festa accompagnate dai loro familiari.
A loro va il nostro grazie. Tocca a noi passare il testimone alle giovani, alle nuove generazioni.
Ma sono proprio i risultati elettorali più recenti a fotografare un paese fermo ai blocchi di partenza in tema di rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche elettive: solo 1 su 10 sono sindaci donne, troppo poche le consigliere regionali mentre in parlamento in questa XII legislatura le donne rappresentano oltre il 30%. Grandi figure femminili non sono mancate nella politica quali Nilde Iotti chiamata a guidare la Camera dei deputati dal 1979 al 1992.

Flop di democrazia e di rappresentanza certificato dai dati del World Economic Forum, gap che è prima di tutto differenziale sociale, accentuato con la grave crisi economica del 2008: l’Italia rimane al 69esimo posto tra 142 paesi per parità di genere, dietro al Bangladesh, le donne disoccupate sono il 53% contro il 36% di uomini, guadagnano meno anche se mediamente più istruite, 1,5 milioni sono capofamiglia di famiglie monoparentali a rischio povertà, hanno più difficoltà di accesso al credito.
Dunque la parità di genere va considerato come elemento di competitività e fattore di democrazia che richiede determinazione nel contrasto a quella barriera invisibile definita “glass ceiling”, tetto di cristallo che costituisce ancora oggi una complessa interazione di strutture e sovrastrutture organizzative, sociali e culturali che impediscono di fatto una parità che è la tempo steso conquista di genere e opportunità di progresso, di un processo ancora in divenire.

Nadia Ginetti
Senato della Repubblica

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